LE CASCATE DEI FRATI, Gallese (VT)

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TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

Quante volte vi è capitato di guardare uno dei tanti documentari naturalistici, di chissà quale posto sperduto nel mondo, e pensare: <> Bene, che ci crediate o no, queste meraviglie naturalistiche spesso le abbiamo proprio sotto al naso ma ne ignoriamo l’esistenza. Ne è un chiaro esempio la cosiddetta “cascata dei frati”, a Gallese(VT), dove, nel visitare questo sito mi sono  ritrovato improvvisamente catapultato all’interno di una gola naturale, in uno scenario che naturalisticamente parlando non ha nulla da invidiare a posti situati dall’altra parte del mondo e sicuramente molto più blasonati.

Il principale artefice di questa meraviglia è sicuramente l’ormai piccolo torrente che scorre al suo interno e che nel corso dei secoli ha eroso, scavato e modellato a suo piacimento, il morbido terreno, formando così questo profondo quanto pittoresco “squarcio” nel suolo: la forra.

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Questa conformazione geologica è caratteristica dell’Agro falisco ed ha origini molto lontane nel tempo. Circa sei milioni di anni fa (Pliocene Inferiore), infatti, il versante tirrenico dell’Appennino subì un notevole abbassamento tettonico e di conseguenza la superficie terrestre iniziò a sprofondare considerevolmente rispetto al livello  del mare, il quale riuscì a penetrare nell’entroterra, allagandolo.  Il Lazio centro-settentrionale risultava così come un grande bacino marino . Le uniche terre emerse erano ad oriente i Monti di Amelia, ovvero Monte Razzano, Monte Canino, Monte Ferento mentre a sud il Monte Soratte. Tutti questi monti, al tempo, non erano altro che isole in un grande mare. I fiumi, allora impetuosi, riversarono in esso una grandissima quantità di sabbia, sedimenti ed argilla, la quale quest’ultima andò a ricoprire le zone marine più profonde, inglobando in essa tutta la fauna che si trovava su quel fondale.

Verso la fine del Pliocene,circa 2000000 di anni fa, il mare iniziò a ritirarsi fino a diventare un lago (lago Tiberino). Tutto ciò non fece altro che favorire l’azione erosiva dei torrenti, in particolar modo quelli provenienti dai Monti di Amelia, i quali continuarono a depositare banchi di sabbie e ciottoli.

Un milione di anni dopo iniziarono le eruzioni dei vulcani di Bracciano, Bolsena e Vico. Quest’ultimo, il vulcano Vicano, prima delle sue eruzioni presentava dolci pendii ed un’altezza massima calcolata intorno ai 1100 m. Le sue eruzioni furono molto più che violente, delle vere e proprie esplosioni di materiale piroclastico. I fiumi ed i torrenti  hanno nel corso dei secoli inciso questa morbida roccia scavando così questi enormi e profondi squarci nel terreno: le forre.

Per arrivare in questo luogo bisogna prendere la via di San Famiano , il cui ingresso è lungo la strada provinciale 34, poco prima del centro abitato di Gallese, sulla destra. Dopo aver percorso circa 1 km, poco prima di un ponte molto stretto, sulla sinistra, si apre un verde prato. Là, una volta depositato il proprio mezzo di trasporto, inizia il sentiero verso la cascata. Dopo qualche centinaio di metri, questo svolta a destra ed inizia a discendere nel cuore pulsante della forra.

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Mentre mi avvicino al fondovalle, tra querce,le gialle foglie cadute a terra e le verdi felci, lo scroscio dell’acqua che si infrange tra le rocce si fa sempre più forte. Arrivato a destinazione lo scenario che si apre davanti a me toglie realmente il fiato: due alti pareti distanti tra loro qualche metro sembrano cullare le dolci acque del piccolo ruscello. La loro forma è particolare, con delle sporgenze discontinue ricoperte per lo più dalle foglie degli alberi soprastanti e dalle quali pendono le verdi foglie di edera creando così una visione fiabesca e sublime per i miei occhi. In alcuni punti lo spazio si contrae e diviene  minimo così che le due pareti sembrano volersi abbracciare sopra di me.

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Decido così di guadare il torrente e di avvicinarmi il più possibile alle cascate. Bisogna stare molto attenti nel compiere questa azione poiché le rocce presenti sono viscide a causa della forte umidità presente e dal muschio che le ricopre. Arrivato proprio al punto in cui il letto del fiume sembra sprofondare mi affaccio e provo nuovamente un sussulto: sotto ai miei occhi un piccolo getto d’acqua irrompe in quella che ha tutte le sembianze di una vera e propria piscina naturale.

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Attratto da questo spettacolo della natura, tento la discesa per arrivare alla base delle cascate, balzando letteralmente tra strette e viscide sporgenze presenti sul lato destro del torrente.

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Giunto in fondo rimango nuovamente allibito: oltre quella piscina naturale, le acque hanno eroso la base della parete rocciosa di sinistra, formando così una piccola grotta, sovrastata dall’edera e il cui soffitto trattiene l’umidità sottoforma di goccioline d’acqua che poi dolcemente lascia cadere a terra.

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La voglia di proseguire a valle lungo il corso del ruscello è veramente molta, ma l’assenza di un sentiero percorribile e le basse temperature di stagione non me lo permettono, e quindi a malincuore sono costretto a tornare indietro ripercorrendo tutto il tragitto percorso in precedenza, cascate comprese.

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Da segnalare inoltre nelle vicinanze la presenza di un letto asciutto di quello che molto probabilmente doveva essere un affluente del fosso dei frati. Ad oggi l’assenza di acqua permette di poter camminare al suo interno ed ammirare anche qui tutte le bellezze che madre natura ha prima creato e poi donato ai nostri occhi…ora però sta a noi saperli preservare nel tempo.

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 Consiglio vivamente la visita di questo luogo a tutti gli amanti della natura, e a tutti coloro che amano la fotografia poiché il luogo si presta davvero moltissimo  per degli scatti molto probabilmente unici.

TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

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Oasi WWF Monumento Naturale di Pian Sant’Angelo (Corchiano,VT)

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TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

Situata lungo la strada provinciale che collega il comune di Corchiano con quello di Vignanello, l’Oasi WWF Monumento Naturale di Pian Sant’angelo rappresenta un chiaro esempio di tutela e conservazione da imitare.

Quest’area protetta si estende per circa 254 ettari in un ambiente rurale che ancora oggi conserva alcuni aspetti caratteristici dell’agrofalisco. Quest’oasi infatti è formata da pianori di origine vulcanica profondamente incisi da corsi d’acqua che determinano l’esistenza di profondi quanto pittoreschi canyon (le forre) tipici del paesaggio etrusco-falisco. Questo habitat, grazie al suo difficile accesso, è riuscito a mantenere  in molti tratti l’aspetto selvaggio di un tempo. La presenza di corsi d’acqua con elevati livelli di naturalità e pareti rocciose garantisce inoltre  ambienti idonei alla sopravvivenza di molte specie animali con esigenze specifiche, legati proprio a queste caratteristiche ambientali, come il gambero e il granchio di fiume o la salamandra dagli occhiali.  Altra aspetto caratteristico di questo luogo è la presenza di alcune  importanti rilevanze archeologiche e paesaggistiche, poiché, per quanto riguarda quest’ultime, vi è ancora presente un ambiente autoctono ben distante dalle monocolture di oggi come il nocciolo.

L’Oasi WWF sorge su di una proprietà privata appartenente alla famiglia Pratesi, la quale è stata egli stessa promotrice per la sua stessa istituzione , che avvenne nel 1982. Nel 2000 questo luogo di particolare interesse storico naturalistico divenne Monumento Naturale.

Ad accoglierci al  nostro arrivo troviamo Barbara Mariotti, responsabile dell’area e guida qualificata  WWF.

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Iniziamo dunque il nostro cammino, e dopo aver attraversato un campo di ulivi circondato da una sterminata radura con alcune querce dislocate l’una distante dall’altra, seguiamo il ben segnalato sentiero e discendiamo per un tratto all’interno di una forra.

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Muschio, felci, e cortecce di alberi ricoperte da licheni, dominano lo scenario che si apre dinnanzi ai nostri occhi: una vera e propria esplosione di colori, dal giallo delle foglie a terra al marrone delle pareti tufacee circostanti.

Dopo aver percorso qualche decina di metri si risale sul versante opposto ed improvvisamente l’ambiente intorno a noi cambia nuovamente,  ritrovandoci  così nella cosiddetta “valle degli orti”: una radura sulla quale in passato vi era per l’appunto la presenza di numerose coltivazioni. Dopo circa 200 m proseguiamo per il sentiero che si apre sulla nostra destra e ci inoltriamo dunque in un bosco costituito in  prevalenza da  querce, corbezzolo ed erica arborera. Nell’osservare Quest’ultima si rimane meravigliati e stregati dalla bellezza delle sue forme e colori: il suo legno tendente al rosso ed i suoi lunghi rami che da terra sembrano volere abbracciare il cielo, intrecciandosi tra loro, rendono questa pianta veramente affascinante e per un certo verso anche un po’ tenebrosa.

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Altro elemento naturalistico che salta subito agli occhi nel percorrere il sentiero è la forte presenza di funghi, chantarellus cibarius e lactarius in prevalenza. Dopo aver camminato per qualche centinaio di metri, ci lasciamo il bosco alle spalle e lo scenario cambia nuovamente : gli alberi ad alto fusto lasciano spazio ai verdi prati “segnati” dal passaggio degli animali presenti, in particolar modo cinghiali ed istrici.

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Il sentiero prosegue poi discendendo nuovamente all’interno di una forra e piante di erica, di querce, e di leccio tornano a farla da padrona. Una volta arrivati nel fondovalle si rimane esterrefatti dall’ambiente circostante: il colore tendente al giallo delle foglie cadute a terra crea un bellissimo contrasto sia con il verde intenso delle felci e del muschio reso vivido dalla forte umidità presente nelle prime ore del mattino, che con il marrone-rossastro delle pareti tufacee della forra. Lo sviluppo di una vegetazione così bella e rigogliosa in questo luogo è dovuta proprio dal microambiente creato dal forte tasso di umidità tipico del fondo forra.  Costeggiamo dunque il Rio della Tenuta a valle, quando all’improvviso ci imbattiamo nella testimonianza forse più importante  della presenza etrusco-falisca in quest’area: il ponte acquedotto di “puntone del ponte”.

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Come possiamo ben notare nella riproduzione soprastante, questa costruzione aveva come funzione principale quella di trasportare l’acqua, da una parete all’altra della forra, all’interno di un acquedotto. Ciò è ancora oggi testimoniato dalla presenza di un cunicolo nella parte più alta di questa opera, nel quale, molto probabilmente  veniva fatta  confluire l’acqua  . Il muro, costruito ad emplecton con grandi blocchi di tufo in opera quadrata,  sul quale poggiava questo antico acquedotto, è ancora oggi in gran parte conservato e misura circa 10 metri di altezza . Per consentire al Rio della Tenuta di oltrepassare questa imponente costruzione, fu scavato all’interno della parete tufacea un cuniculo, dalla classica forma ovoidale, nel quale venivano e vengono ancora tutt’oggi  fatte confluire le acque del ruscello.

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Oltrepassati i resti di quest’antica opera di ingegneria idraulica falisca , proseguiamo il nostro cammino risalendo sul pianoro che costeggia la forra, e districandosi tra la fitta vegetazione presente a “mezza costa” arriviamo finalmente alla Tomba del Capo.

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Questa antica sepoltura interamente ricavata dal tufo, risale al III – IV sec. a.C. e si  presenta con una facciata a colonne tuscaniche ed il vano di sottofacciata è caratterizzato da un vestibolo a portico, sulla quale facciata anteriore interna sono presenti due altorilievi con impresso ciò che gli studiosi ritengono essere lo stemma della famiglia sepolta. Dal dromos si penetra in un vasto ambiente ormai totalmente spoglio di decorazioni, al centro del quale si erge una bella e possente colonna, la quale sembra sorreggere l’intera struttura. Sulla parete sinistra del dromos poco  prima dell’inizio della camera funeraria, proprio al di sotto dei due altorilievi, sono presenti delle incanalature(ben 5) intagliate morbido tufo. Molto probabilmente in quelle fessure venivano fatte inserire le lastre che andavano a chiudere l’antica sepoltura. Proprio per queste sue peculiarità, ampiezza della camera funeraria, gli altorilievi e le 5 incanalature per sigillare l’ingresso, gli studiosi ritengono che questa tomba sia appartenuta ad una famiglia molto importante dell’epoca e  da qui l’appellativo di “Tomba del Capo”.

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 Gli elementi che caratterizzano questa sepoltura sono frequenti in questa area come ci viene anche da George Dennis, il quale nel visitare questo luogo annotò sul proprio diario di viaggio:

<< a circa 3 km da Corchiano sulla strada per Bassanello, in un posto chiamato Puntone del Ponte, vi è una tomba singolare con una specie di cortile sul davanti, scavato nella roccia, con i resti di un portico di cui ora rimane in piedi un solo pilastro. Sulla parete interna del portico, in alto sotto la cornice, vi è un’iscrizione etrusca, non completa. Sembra che indica l’età del defunto. lo stile generale della costruzione è simile a quello della tomba con triplice arco di Falleri>>.

Riprendiamo così il nostro cammino, e dopo aver percorso qualche decina di metri lungo il sentiero, sovrastato da un pittoresco groviglio di erica arborea, arriviamo alla seconda tomba presente nell’area. Questa sepoltura è di recente scoperta, ed è il frutto del fantastico lavoro svolto dai volontari del GAR (Gruppo Archeologico Romano), i quali durante questa estate sono riusciti a riportare alla luce questo antico splendore anche se con qualche difficoltà. Al momento del ritrovamento, infatti, il portico risultava crollato e i suoi resti ostruivano l’ingresso alla camera. Come ci viene narrato da Barbara, guida del luogo, parte del merito inerente alla scoperta di questa antica sepoltura va anche ad un membro della famiglia Pratesi (proprietaria dell’area ), il quale durante una passeggiata notò una strana rientranza del terreno. Dopo aver avvisato tutte le autorità competenti iniziarono gli scavi. Al suo interno non sono stati rinvenuti corredi funebri e ciò testimonia che molto probabilmente questa tomba fu  violata già in passato. Anche in questo caso la costruzione presenta un portico con delle nicchie ricavate anche queste dal tufo. A terra i resti della base di una colonna che doveva sorreggere il portico. In basso come nel caso della “Tomba del Capo”, un dromos conduce nella camera funeraria  molto più piccola rispetto  a quella vista in precedenza.

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Scrutando bene l’area circostante, notiamo un piccolo avvallamento di forma rettangolare nel terreno, il che lascia sperare che ci sia ancora altro da scoprire.

Riprendiamo così il nostro cammino questa volta però per tornare al punto di partenza. Il sentiero prosegue così attraversando nuovamente diversi habitat, dalla radura alla forra più profonda, dove abbiamo avuto anche modo di ammirare l’antica “sorgente del granchio”, utilizzata sin dai tempi dei Falisci e che ancora oggi, anche se con portata molto ridotta, continua a fornire acqua sia agli uomini che agli animali.

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Con mio grande piacere posso affermare che l’Oasi del WWF Monumento Naturale di Pian Sant’Angelo a Corchiano, sia un chiaro esempio di tutela e conservazione delle ricchezze storico-naturalistiche del territorio, e per questo sia un modello da seguire se si vuole garantire ai nostri figli, ai nostri nipoti una futura conoscenza e fruibilità di questi meravigliosi luoghi che custodiscono segretamente la nostra storia….le nostre origini.

Un grazie speciale va a Barbara, la responsabile dell’area nonché guida ufficiale dell’Oasi, la quale si è dimostrata molto disponibile nell’accompagnarmi in questa escursione e ci ha dato una lettura di questo luogo davvero molto dettagliata e ben curata. Per chi volesse visitare l’Oasi può contattare il num: 345/7576224

TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

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Il Santuario falisco di Monte li Santi (Calcata,VT)

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TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

Il santuario falisco di “Monte li Santi” a Calcata, è situato ai piedi dell’altura da cui prende il nome e sulla quale sorge uno dei nuclei abitativi dell’antico centro falisco di Narce. Posto su di una radura lungo le sponde del fiume Treja, all’interno del Parco Regionale Valle del Treja, testimonia ancora oggi la forte propensione di questa antica civiltà verso il culto degli Dei.

I resti delle fondamenta in opera quadrata di tufo, vennero riportati alla luce durante degli scavi archeologici nel 1985 ai quali seguirono delle indagini effettuate fino al 2004 (confermate dai recentissimi studi del 2014 promosse in collaborazione con il Parco regionale della Valle del Treja) e che hanno svelato la complessità del rituale sacro nella civiltà falisca . I materiali rinvenuti durante queste indagini sono oggi conservati in due aree museali : il Museo archeologico dell’Agro Falisco nel Forte Sangallo di Civita Castellana e il Museo Archeologico-Virtuale di Narce a Mazzano Romano. I materiali esposti al Forte del Sangallo sono il risultato degli scavi condotti nel santuario a partire dal 1985. L’esposizione di Mazzano Romano presenta invece i risultati del recentissimo scavo effettuato nel 2014.
Accanto alla costruzione maggiore sono stati rinvenuti anche i resti di un sacello anche questo costruito nel V sec. a.C.

Secondo alcuni studiosi questo antico centro religioso subì delle modifiche strutturali nel corso dei secoli. In un primo momento (V sec. a.C ) il sacello si presentava con caratteristiche particolari, rappresentate da un pozzetto quadrato in lastre di piperno e da un ingresso decentrato. Successivamente nel IV sec. a.C., venne introdotto un culto ctonio il quale portò alla suddivisione del sacello in tre ambienti distinti e coperti(A, B, C, ), in uso fino al III sec. a.C., periodo in cui vennero dismessi i vani B e C. Il vano A venne trasformato in un recinto in cui venivano deposti ex voto fino agli inizi del I sec. a.C.

Per quanto riguarda le divinità venerate all’interno del Santuario, sappiamo che questo risulta essere fortemente legato alle acque(la sua vicinanza al fiume Treja non è una casualità) e ai culti della fecondità, dedicato probabilmente a Minerva-Maia e a Fortuna (anche se non mancano attestazioni dei culti di Demeter/Kore e Selvans).

Durante quello stesso periodo venne costruito un altro Santuario sulla sommità del pianoro di Pizzo Piede ( insieme alla collina di Narce e Monte li Santi costituivano l’antico centro falisco di Narce) profondamente connesso con il grande santuario veiente di Portonaccio.

Al momento della mia visita, il sito risulta purtroppo in stato di semi-abbandono con i cartelli esplicativi poco leggibili e rovinati.

Per arrivare a questo antico centro religioso provenendo da Calcata, bisogna oltrepassare l’antico paesino arroccato sul tufo (molto simile a Civita di Bagnoreggio, ma essendo ancora lontana dal turismo di massa, risulta, a mio parere, molto più bella e “vera” rispetto alla più blasonata cittadina dell’alto Lazio) e proseguire in direzione di Mazzano Romano. Percorse una serie di curve, si arriva nel fondovalle e quindi al fiume Treja. Poco prima di un ponte sulla sinistra si apre un sentiero che costeggia il corso d’acqua e dopo all’incirca 400 m, sempre sulla sinistra, si apre la radura dove sono situati i resti del Santuario.

TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

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Resti del pozzetto sacrificale

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LE CONCHIGLIE FOSSILI DELL’AGRO-FALISCO

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TESTO ED  IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

Nei fondovalle delle forre circostanti l’abitato di Civita Castellana, lungo le sponde dei torrenti che le hanno “squarciate” nel corso dei secoli,  può a volte capitare, come a me stesso è accaduto, di rinvenire dei fossili marini. Ciò può sembrare davvero molto strano, vista la lontananza dell’antica città falisca dal mare, ma la spiegazione risiede nel passato. Circa sei milioni di anni fa (Pliocene Inferiore), infatti, il versante tirrenico dell’Appennino subì un notevole abbassamento tettonico e di conseguenza la superficie terrestre iniziò a sprofondare considerevolmente rispetto al livello  del mare, il quale riuscì a penetrare nell’entroterra, allagandolo.  Il Lazio centro-settentrionale risultava così come un grande bacino marino . Le uniche terre emerse erano ad oriente i Monti di Amelia, ovvero Monte Razzano, Monte Canino, Monte Ferento mentre a sud il Monte Soratte. Tutti questi monti, al tempo, non erano altro che isole in un grande mare. I fiumi, allora impetuosi, riversarono in esso una grandissima quantità di sabbia, sedimenti ed argilla, la quale quest’ultima andò a ricoprire le zone marine più profonde, inglobando in essa tutta la fauna che si trovava su quel fondale.

Verso la fine del Pliocene,circa 2000000 di anni fa, il mare iniziò a ritirarsi fino a diventare un lago (lago Tiberino). Tutto ciò non fece altro che favorire l’azione erosiva dei torrenti, in particolar modo quelli provenienti dai Monti di Amelia, i quali continuarono a depositare banchi di sabbie e ciottoli.

Un milione di anni dopo iniziarono le eruzioni dei vulcani di Bracciano, Bolsena e Vico. Quest’ultimo, il vulcano Vicano, prima delle sue eruzioni presentava dolci pendii ed un’altezza massima calcolata intorno ai 1100 m. Le sue eruzioni furono molto più che violente, delle vere e proprie esplosioni di materiale piroclastico. Le rocce depositate da queste eruzioni a Civita Castellana,  sono  la leucite (“occhialina” in gergo) e l’ignimbrite tefritico-fonolitica, comunemente chiamato tufo rosso. Quest’ultimo è il  materiale più recentemente depositato e risale circa a 300000-150000 di anni fa.

Immaginiamo ora di “tagliare” una fetta di territorio:

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come possiamo ben vedere il tufo depositato dalle eruzioni ha completamente ricoperto lo strato sedimentario lasciato precedentemente (Pliocene) dal mare. I fiumi ed i torrenti  hanno nel corso dei secoli inciso questa morbida roccia scavando così questi enormi e profondi squarci nel terreno: le forre. Nei loro fondovalle ancora oggi scorrono impetuosi questi torrenti.

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L’esemplare fossile nella foto soprastante  risulta essere particolarmente significativo in quanto costituito da entrambe le valve complete ed in buono stato di conservazione . Queste risultano  molto spesse e disuguali, di medie dimensioni. Come riportato dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale), il genere Ostrea, appartenente all’ordine Ostreina, comparve durante il periodo Cretaceo ed è anche oggi ampiamente diffuso nei nostri mari. Al loro interno trovano riparo dei molluschi comunemente noti anche con il nome di Lammellibranchiata. Questi sono organismi acquatici dal corpo mollo formato da capo, massa viscerale e piede, protetto da una conchiglia secreta dal mantello, tegumento bilobato che isola la massa viscerale dalla superficie interna della valva. L’acqua può entrare e uscire all’interno del mantello apportando ossigeno e nutrimento ed asportando i rifiuti. La conchiglia è composta da due valve di varia forma, uguali o disuguali, che si aprono lungo un asse cardinale o della cerniera. Il piano di simmetria delle valve corrisponde con il piano di commessura delle valve stesse. I Bivalvi vivono sui fondali marini o lacustri, rocciosi o sabbiosi, fissandosi al substrato in diversi modi o sepolti nei sedimenti stessi. Questi molluschi comparvero sulla Terra alla fine del Cambiano medio diversificandosi in varie forme in tutto il Paleozoico e diffondendosi anche in acque palustri e lacustri. Dopo una crisi nel Permiano tornarono a diffondersi dal Triassico ad oggi in una moltitudine di taxa dalle diverse caratteristiche morfologiche e strutturali. Alcuni taxa, oggi estinti, ma ampiamente diffusi in determinati Periodi delle Ere passate, sono di enorme importanza per la ricostruzione stratigrafica del passato geologico.

I reperti fossili di Ostrea sono molto diffusi nelle argille Plioceniche dell’Italia centrale.

TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

LA NECROPOLI DEL “CASTELLACCIO” ED IL SUO PANORAMA

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TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

La necropoli falisca del castellaccio costituisce un vero e proprio paradiso storico-naturalistico nel cuore di Civita Castellana. Situata su di un pianoro lambito dalla forra del Rio maggiore e quella del Rio Purgatorio, questa antica “città dei morti”  fa parte di una ben più grande necropoli: quella di Terrano, dove purtroppo ad oggi, nonostante sia considerata una tra le meglio conservate dell’antica Faleri Veteres, gran parte delle tombe non risulta visibile a causa del loro riutilizzo nei secoli come rimesse agricole, per gli animali o attualmente sorgono in proprietà private. Come testimoniato da George Dennis sul proprio diario di viaggio, intorno al 1840, anno in cui lo studioso ebbe modo di visitare il sito, questo si presentava con un gran numero di sepolture ed iscrizioni:

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Come già detto in precedenza, attualmente gran parte di ciò che ci viene descritto da George Dennis risulta purtroppo non visibile ad eccezione di alcune sepolture situate sul pianoro del “Castellaccio”, come è anche testimoniato da una ricognizione archeologica effettuata nel 2010-2011, riportata dalla Dott. De Lucia nel libro “Civita Castellana e il suo territorio. Ricognizioni archeologiche e archivistiche.”

Attualmente il sito è situato all’interno di una proprietà privata, ma debbo ammettere che  il proprietario si è dimostrato molto più che cortese e disposto nel farci visitare l’area di nostro interesse.

Si può raggiungere il suddetto sito o risalendo dalla forra del Rio purgatorio su di una parete tufacea che dire scoscesa è poco, o, come io stesso ho optato, entrando dalla proprietà privata, naturalmente chiedendo prima il permesso.

Appena arrivato in loco non ho potuto fare a meno di notare lo splendido paesaggio che si apriva davanti ai miei occhi: il forte Sangallo domina il versante opposto della profonda e variopinta forra del Rio Maggiore, e lo scorrere delle sue acque rompe un silenzio quasi idilliaco.

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Dopo aver percorso un piccolo sentiero intagliato nella roccia, mi  ritrovo così dinnanzi ai resti del cosidetto “Castellaccio” (800-1000 d.C.). Ciò che oggi ne rimane è solamente un muro , costruito con dei  mattoni in tufo scanditi da delle strette feritoie poste ad una distanza di circa un paio di metri l’una dall’altra, e dietro le quali i soldati, molto probabilmente, si appostavano per controllare la zona. La disposizione dei mattoni, grezzi alla base ed allineati e ben rifiniti nella parte alta, fanno pensare ad un rifacimento della struttura nel corso dei secoli. Ciò conferma quanto detto in alcuni articoli precedenti, ovvero che molti siti di origine falisca vennero prima abbandonati con l’arrivo dei romani, per poi riessere utilizzati in epoca medievale, dove, vista la loro posizione strategica, risultavano essere centri fortificati naturalamnete da alte pareti tufacee e quindi difficilmente espugnabili.

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Lasciataci questa costruzione alle spalle, il sentiero prosegue sul pianoro, in un  piccolo bosco di querce.

Sul versante del pianoro che si affaccia sul forte Sangallo, sono presenti tre tombe a camera a circa 5 m di distanza l’una dall’altra ed ancora oggi molto ben conservate.

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Gran parte delle tombe presenti in questa necropoli presenta le stesse caratteristiche architettoniche: tutte sono provviste di un breve dromos, una caditoia o sfiatatoio (dal quale fuoriuscivano i gas corporei durante la decomposizione dei defunti, oltre a rappresentare un entrata di emergenza una volta chiusa la tomba) e dei loculi sulle pareti, nei quali venivano deposti i defunti. Al termine della sepoltura la tomba veniva poi chiusa con una enorme pietra ad incastro, come fanno intuire i resti di incanalature solcati nel tufo e posti lateralmente all’ingresso. Questi ipogei hanno tutti una base quadrangolare ed un’altezza di due metri circa, ed ancora oggi sono molto ben conservate nonostante siano riutilizzate per vari scopi nel corso dei secoli. Un ruolo molto importante è stato da loro assunto durante la seconda guerra mondiale, in quanto, come riportato da alcuni abitanti del luogo, vennero utilizzate come riparo per la popolazione durante i bombardamenti.

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Altre antiche sepolture, anche queste molto ben conservate sono presenti nella parte interna del pianoro, proprio accanto ad un’antica torre d’avvistamento di origine medievale.

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Lasciataci la necropoli alle  spalle il cammino prosegue per una piccola radura tra gli alberi. Man mano che si avanza in direzione del ponte clementino, il paesaggio si fa sempre più pittoresco e straordinario: il centro storico di Civita Castellana appare maestoso e dominante sulla forra del Rio Maggiore.

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Qualche metro più avanti si giunge sull’estremità del pianoro …..e da qui la vista diviene qualcosa di straordinariamente affascinante ed unico: il protagonista di questo paesaggio è il ponte Clementino (per maggiori informazioni leggere l’articolo precedente: Il ponte Clementino.) che con i suoi 40 m di altezza e 90 di lunghezza sovrasta la profonda e variopinta forra  proprio nel punto in cui il Rio Maggiore e Rio Purgatorio  si uniscono in un unico corso d’acqua. Il ponte Clementino a Civita Castellana fu costruito nel lontano 1709 per volontà di papa Clemente XI (da cui poi ne è derivato il nome) su progetto dell’architetto romano Filippo Bariggioni.
Questa costruzione fu per l’epoca, e non solo, di grandissima importanza, in quanto consentiva ai cittadini un rapido spostamento con i territori a nord della cittadina. Prima di allora il territorio era “squarciato” in due parti dalla forra del Rio Maggiore ed attraversare questa per il suo fondovalle richiedeva molto tempo ed energie.
Intorno al 1800, quando il fenomeno del Grand Tour era al suo massimo splendore, i numerosissimi viaggiatori, pittori, ed artisti che nel recarsi a Roma attraversavano l’antica cittadina falisca rimanevano meravigliati nell’osservare questa imponente opera di ingegneria stradale che ai tempi misurava 54 metri di altezza ( un vero e proprio record per gli standard di allora) e che offre ancora oggi una vista a 360° sulla rigogliosa e profondissima forra del rio Maggiore, divenendo una vera e propria musa ispiratrice per i pittori di quel tempo.
Originariamente il ponte presentava ,oltre ad una torre posta all’estremità nord, due ordini di arcate, otto sopra e quattro sotto. Questa predisposizione però nel 1861 si dimostrò non funzionale, in quanto una piena del sottostante torrente accumulò numerosissimi detriti nelle arcate inferiori della costruzione, provocandone così il cedimento.(nella foto sottostante il ponte Clementino prima del 1861. Si possono notare le due file di arcate e l’antica porta di accesso alla città).

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Venne così ricostruito ridimensionando l’intera struttura, questa volta con un solo ordine di tre arcate alte circa 30 metri in modo di consentire il normale deflusso di eventuali piene del Rio Maggiore. Ciò portò a gravi difficoltà per la viabilità di allora ed anche lo studioso George Dennis, di passaggio a Civita Castellana in quegli anni fu “costretto” ad attraversare la forra del Rio Maggiore sull’unico ponte fruibile in quel momento, ovvero il ponte di Terrano.
Durante la ricostruzione venne anche eretta una splendida porta sormontata da uno splendido stemma in travertino di Pio IX, demolita poi nel 1911 per consentire il passaggio della tramvia (nella foto sottostante il ponte Clementino dopo la sua ricostruzione del 1861. Si può notare una sola fila di arcate, ed anche l’antica porta della città ben diversa da quella della foto precedente al 1861)

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IL PONTE CLEMENTINO OGGI. L’antica porta della città oggi non è più visibile in quanto venne distrutta nel 1911 per il passaggio della tramvia.

Il “castellaccio” attualmente risulta dunque  molto ben tenuto e curato. Il sito risulta fruibile ed adatto ad ogni tipo di attività quali fotografia, pittura, ed ogni tipo di escursione Nelle vicinanze è inoltre possibile visitare la forra del Rio Maggiore con la sua mole, il ponte di Terrano e il centro storico di Civita Castellana con il suo Forte Sangallo e il Duomo dei Cosmati.

Testo ed immagini di LUCA PANICHELLI.

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IL PANORAMA SU LFORTE SANGALLO.
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PANORAMA SULLA FORRA DEL RIO MAGGIORE.
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LA NECROPOLI SUL COSTONE MERIDIONALE
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INTERNO DI UNA TOMBA CON VISTA SUL FORTE SANGALLO.

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INTERNO DI UNA TOMBA CON LOCULI PARIETALI INTAGLIATI NEL TUFO.

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INTERNO DI UNA TOMBA DELLA NECROPOLI SUL COSTONE MERIDIONALE.

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IL SENTIERO SUL PIANORO INTAGLIATO NELLA ROCCIA.
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MURO FORTIFICATO.
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MURO FORTIFICATO. PARTE INTERNA.
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IL SENTIERO SUL PIANORO INTAGLIATO NELLA ROCCIA.
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IL PANORAMA SUL FORTE SANGALLO.
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PANORAMA SUL CENTRO STORICO DI CIVITA CASTELLANA.
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IL PONTE CLEMENTINO OGGI. L’antica porta della città oggi non è più visibile in quanto venne distrutta nel 1911 per il passaggio della tramvia.

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Interno di una tomba posta accanto alla torre medievale.
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Interno di una tomba posta accanto alla torre medievale.
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Interno di una tomba posta accanto alla torre medievale
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Interno di una tombaaccanto alla torre medievale.

IL PONTE CLEMENTINO (Civita Castellana, VT )

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TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

Il ponte clementino a Civita Castellana fu costruito nel lontano 1709 per volontà di papa Clemente XI (da cui poi ne è derivato il nome) su progetto dell’architetto romano Filippo Bariggioni.
Questa costruzione fu per l’epoca, e non solo, di grandissima importanza, in quanto consentiva ai cittadini un rapido spostamento con i territori a nord della cittadina. Prima di allora il territorio era “squarciato” in due parti dalla forra del Rio Maggiore ed attraversare questa per il suo fondovalle richiedeva molto tempo ed energie.
Intorno al 1800, quando il fenomeno del Grand Tour era al suo massimo splendore, i numerosissimi viaggiatori, pittori, ed artisti che nel recarsi a Roma attraversavano l’antica cittadina falisca rimanevano meravigliati nell’osservare questa imponente opera di ingegneria stradale che ai tempi misurava 54 metri di altezza ( un vero e proprio record per gli standard di allora) e che offre ancora oggi una vista a 360° sulla rigogliosa e profondissima forra del rio Maggiore, divenendo una vera e propria musa ispiratrice per i pittori di quel tempo.
Originariamente il ponte presentava ,oltre ad una torre posta all’estremità nord, due ordini di arcate, otto sopra e quattro sotto. Questa predisposizione però nel 1861 si dimostrò non funzionale, in quanto una piena del sottostante torrente accumulò numerosissimi detriti nelle arcate inferiori della costruzione, provocandone così il cedimento. Venne così ricostruito ridimensionando l’intera struttura, questa volta con un solo ordine di tre arcate alte circa 30 metri in modo di consentire il normale deflusso di eventuali piene del Rio Maggiore. Ciò portò a gravi difficoltà per la viabilità di allora ed anche lo studioso George Dennis, di passaggio a Civita Castellana in quegli anni fu “costretto” ad attraversare la forra del Rio Maggiore sull’unico ponte fruibile in quel momento, ovvero il ponte di Terrano.
Durante la ricostruzione venne anche eretta una splendida porta sormontata da uno splendido stemma in travertino di Pio IX, demolita poi nel 1911 per consentire il passaggio della tramvia.
Il ponte attualmente è alto 40 metri e lungo 90 e rappresenta ancora oggi un’opera veramente imponente che si concilia perfettamente con la sempreverde forra del Rio Maggiore, proprio nel cuore della città.

TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

 

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IL PONTE CLEMENTINO (Civita Castellana, VT )

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TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

Il ponte clementino a Civita Castellana fu costruito nel lontano 1709 per volontà di papa Clemente XI (da cui poi ne è derivato il nome) su progetto dell’architetto romano Filippo Bariggioni.
Questa costruzione fu per l’epoca, e non solo, di grandissima importanza, in quanto consentiva ai cittadini un rapido spostamento con i territori a nord della cittadina. Prima di allora il territorio era “squarciato” in due parti dalla forra del Rio Maggiore ed attraversare questa per il suo fondovalle richiedeva molto tempo ed energie.
Intorno al 1800, quando il fenomeno del Grand Tour era al suo massimo splendore, i numerosissimi viaggiatori, pittori, ed artisti che nel recarsi a Roma attraversavano l’antica cittadina falisca rimanevano meravigliati nell’osservare questa imponente opera di ingegneria stradale che ai tempi misurava 54 metri di altezza ( un vero e proprio record per gli standard di allora) e che offre ancora oggi una vista a 360° sulla rigogliosa e profondissima forra del rio Maggiore, divenendo una vera e propria musa ispiratrice per i pittori di quel tempo.
Originariamente il ponte presentava ,oltre ad una torre posta all’estremità nord, due ordini di arcate, otto sopra e quattro sotto. Questa predisposizione però nel 1861 si dimostrò non funzionale, in quanto una piena del sottostante torrente accumulò numerosissimi detriti nelle arcate inferiori della costruzione, provocandone così il cedimento. Venne così ricostruito ridimensionando l’intera struttura, questa volta con un solo ordine di tre arcate alte circa 30 metri in modo di consentire il normale deflusso di eventuali piene del Rio Maggiore. Ciò portò a gravi difficoltà per la viabilità di allora ed anche lo studioso George Dennis, di passaggio a Civita Castellana in quegli anni fu “costretto” ad attraversare la forra del Rio Maggiore sull’unico ponte fruibile in quel momento, ovvero il ponte di Terrano.
Durante la ricostruzione venne anche eretta una splendida porta sormontata da uno splendido stemma in travertino di Pio IX, demolita poi nel 1911 per consentire il passaggio della tramvia.
Il ponte attualmente è alto 40 metri e lungo 90 e rappresenta ancora oggi un’opera veramente imponente che si concilia perfettamente con la sempreverde forra del Rio Maggiore, proprio nel cuore della città.

TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

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LA FORRA DEL RIO MAGGIORE

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LA FORRA DEL RIO MAGGIORE

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CASTEL D’ISCHIA (Castel Sant’Elia,VT)

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TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

Ai piedi di Monte l’Ulivo, posto sull’estremità di uno sperone tufaceo, il sito medievale di Castel d’Ischi, sorge sui resti di un antico pagus falisco come fanno intuire i resti di alcune mura, tombe adibite poi ad abitazioni, e cisterne.

I sentieri e le strade che conducono a questo insediamento sono diversi ma poco segnalati. Il modo più semplice provenendo da Nepi, è quello di seguire la SP 38 Settevene sino al km 2,500, per poi svoltare a sinistra in via la Massa e proseguire sempre dritti in questa strada sterrata di campagna. Dopo aver costeggiato il bosco che da il nome a questa via, si arriva ad un incrocio di tre strade, si prende la centrale e dopo aver affiancato campi e pascoli per circa 1 km, si svolta a destra per poi proseguire dritti. Giunti dinnanzi ad una sbarra con accanto un pannello esplicativo del sito, bisogna lasciare il proprio mezzo di trasporto, mountains bike esclusa, e proseguire a piedi. Non appena si inizia a discendere il sentiero, si rimane veramente meravigliati e sbalorditi dallo splendido scenario che si apre davanti ai nostri occhi: delle gole profondissime squarciano il terreno circostante il pianoro dove sorge il castello. Improvvisamente sembra di essersi ritrovati sopra l’altura di un immenso Canyons americano, soltanto più ricco di fauna e vegetazione , dalle diverse tonalità di colore. In lontananza, nelle giornate in cui non soffia il vento, si sente il rigoglioso scorrere dell’acqua tra i cinguettii delle varie specie di uccelli presenti. Sullo sfondo il monte Soratte svetta maestoso e solitario, e ciò rende ancora più suggestivo e pittoresco il superlativo scenario che si ha di fronte. Queste gole così profonde sono chiamate forre e la loro fitta vegetazione fa smarrire l’orizzonte. Esse rappresentano l’elemento naturalistico più caratterizzante dell’Agro-falisco soprattutto nei comuni di Corchiano (Monumento naturale delle Forre), Civita Castellana, Nepi, Castel Sant’elia, Faleria, Nazzano, Calcata e Mazzano Romano. In questi luoghi la vegetazione, l’acqua e la storia interagiscono tra loro, creando dei paesaggi veramente unici. Nei percorsi di fondovalle lo spazio si restringe , si fa minimo ed è proprio in questi luoghi che l’uomo primitivo aveva già individuato quegli elementi che gli avrebbero garantito la sua sopravvivenza: cibo ed acqua. Tutte le forre infatti, sono attraversate da torrenti che nascono dal bacino idrografico del lago di Vico(monti Cimini) e di Bracciano(monti Sabatini). Questi corsi d’acqua hanno ricavato il loro percorso erodendo i tufi di origine vulcanica depositati sugli antichi fondali marini del pliocene ed è per questo motivo che è molto facile trovare ancora oggi dei fossili di conchiglie marine  nella parte bassa del costone della forra. Tutto il territorio compreso tra nord-est e sud-ovest, alla base del cono che ospita il vulcano di Vico, si presenta come un’alternanza di pianori e profonde gole che giungono sino alla valle del Tevere. La forra può raggiungere la profondità di 100 m, mentre l’alveolo del torrente, guadabile quasi ovunque, si allarga solo di alcuni metri nel fondovalle.

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LE FORRE CIRCOSTANTI IL SITO.

Si prosegue il sentiero che costeggia una di queste meraviglie fino ad arrivare ad un bivio: se si sceglie di prosegue dritti si arriva al castello, se invece si prosegue a destra si scende nel fondovalle attraverso una splendida tagliata nel tufo di origine falisca e sulla quale ancora oggi è possibile leggere delle antiche iscrizioni purtroppo negli anni manomesse dall’ignoranza delle persone. Lungo la discesa verso il torrente è possibile risalire sul pianoro attraverso una più stretta e seminascosta tagliata che termina il suo percorso proprio dinnanzi all’antico insediamento medievale.

Proseguendo il sentiero principale si arriva finalmente al castello. Qui c’è una grande delusione: esso risulta infatti in pieno stato di decadenza e circondato da piante infestanti. Varcato il sempre presente vallo difensivo si arriva alla porta d’ingresso della fortificazione. In questo punto guardando bene la parte alta dell’arco è ancora oggi visibile una roccia forata al cui interno veniva inserito il perno della porta di ingresso della fortificazioni. All’interno del suddetto centro medievale sono visibili ancora oggi i resti di molte strutture ricavate dal tufo di origine falisca e riutilizzate poi in epoca medievale come abitazioni,magazzini e cisterne. Proprio per la presenza di quest’ultime bisogna prestare molta attenzione a dove si mettono i piedi, in quanto le loro aperture nel suolo rimangono nascoste dalle sterpaglie. Una di queste strutture posta lungo il vallo difensivo interno all’insediamento e molto probabilmente riutilizzata in epoca medievale come magazzino, presenta un’interessante decorazione su di un pilastro posto al centro di essa. Sull’altro lato del vallo interno è presente una piccola struttura a falsa cupola rivestita da blocchi di tufo squadrati (foto sotto), molto probabilmente una cisterna risalente al periodo tardo falisco. Presenti inoltre anche strutture murarie ed una torre quadrangolare priva di aperture originarie.

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Espugnare questa fortificazione non doveva essere una cosa facile, vista la sua posizione strategica. Se la si guarda dall’alto infatti si può ben vedere come essa sia costruita sull’estremità del pianoro, proprio dove questo assume una forma triangolo allungato delimitato per due lati da profondissime forre, alte circa 80 metri. Il sito risultava dunque raggiungibile soltanto in un punto, ben difeso, oltretutto, da un vallo artificiale.

Per ciò che concerne l’aspetto storico del suddetto sito, come già visto per altri centri medievali dell’agro-falisco, non si hanno molte notizie, se non quelle legate all’elenco degli abitanti soggetti alla tassa del sale e focatico, risalente al XIV secolo. Altre informazioni riguardanti questa fortificazione sono rintracciabili in un documento del 1549 riguardante gli Anguillara, in cui il sito risulta già in disuso.

Consiglio vivamente ai lettori di visitare questo straordinario sito in cui la storia e la natura si fondono creando uno scenario davvero unico ed emozionante!

TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

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TAGLIATA FALISCA
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TAGLIATA FALISCA
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L’ANTICA ISCRIZIONE OGGI PURTROPPO MANOMESSA.

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ALTRA TAGLIATA FALISCA
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TAGLIATA FALISCA
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L’ENTRATA AL CASTELLO
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ROCCIA INCASTONATA NELL’ARCO D’ENTRATA. IL FORO FUNGEVA DA PERNO PER LA PORTA D’INGRESSO.
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PARTE INTERNA DELLA FORTIFICAZIONE

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RESTI DELLA TORRE QUADRANGOLARE.
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RESTI DI ANTICHE ABITAZIONI
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RESTI DI ANTICHE ABITAZIONI SCAVATE NEL TUFO.
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RESTI DI ANTICHE ABITAZIONI SCAVATE NEL TUFO.
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RESTI DI ANTICHE ABITAZIONI SCAVATE NEL TUFO.
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INTERNO DI UN’ANTICA ABITAZIONE CON COLONNA SCOLPITA.
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STRUTTURA A FALSA CUPOLA RIVESTITA DI BLOCCHI DI TUFO.
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IL PANORAMA.
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LE FORRE CIRCOSTANTI IL SITO.
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LE FORRE CIRCOSTANTI IL SITO.

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LA TAGLIATA FONTIBASSI (Civita Castellana, VT)

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Testo ed immagini di LUCA PANICHELLLI

LE TAGLIATE ETRUSCO/FALISCHE

Le tagliate o cave buie sono dei percorsi lunghi, stretti e profondi scavati nel tufo (talora con pareti alte anche 20 metri), dai Falisci e dagli Etruschi. La lunghezza media è sui 300 metri, anche se vi sono “tagliate” ben più lunghe. Percorrendo queste vie Cave si rimane sconcertati non solo dalle “ciclopiche” dimensioni delle medesime ma anche dalla presenza di incisioni o tombe ricavate sulle ripidi pareti.
Varie sono le ipotesi sul perché furono scavate queste strette, anguste e pittoresche strade, ma la più accreditata è che siano state realizzate per collegare le necropoli falische o etrusche, poste fuori il centro abitato, con centri di culto religiosi, ovvero  luoghi   dove venivano svolte cerimonie, processioni. È il caso, ad esempio, della tagliata presente nell’ultimo tratto della via Velata a Civita castellana, l’antica strada utilizzata dai falisci per i loro cortei sacri da Falerii Novi al Tempio di Giunone Curite, nella valle di Celle a Falerii Veteres. A darne testimonianza è il grande poeta romano Ovidio, nella sua opera
Amores :

<<essendo mia moglie originaria della terra Falisca, costeggiamo le mura da te espugnate o Camillo.   I Sacerdoti stavano preparando i sacri riti di Giunone con giochi solenni e con un bue locale. Fu gran premio alla mia permanenza ivi, benché sia scoscesa la via che vi conduce.  Vi è un bosco sacro antico e tenebroso; se ben osservi, ti accorgi che è la dimora di un nume. Un’ara accoglie le preci e gli incensi votivi dei fedeli; è un’ara fabbricata senz’arte da vetuste mani.  Là, appena risuonò la tibia con solenne voce, lungo le vie addobbate si muove il corteo annuale. Vengono portate tra il popolo osannante le bianche giovenche impinguate nei pascoli Falisci, i vitelli che ancora non hanno la gregge a cui sul duro fronte si incurvano le corna; la sola capra è invisa alla dea sovrana, poiché per sua rinuncia, come si narra, la dea scoperta in un folto bosco dovè desistere dalla sua iniziale fuga. Per questo i ragazzi ancora con le saette inseguono la traditrice, ed a quello che la colpisce per primo essa viene assegnata come premio.  I giovani e le timide fanciulle stendono stoffe sulle larghe strade dove la dea passerà.  Le chiome verginali sono pressate dall’oro e dalle gemme mentre una splendida veste discende sui piedi ornati d’oro.  Avvolte in candide vesti alla moda greca degli avi, portano sul capo gli arredi sacri consegnati loro.  Il corteo ha la forma e il sistema dei Greci. Dopo l’uccisione di Agamennone, fuggendo da quella scelleratezza, Halaesus lasciò il regno, e dopo che ebbe percorso come profugo terre e mari, con felice auspicio, edificò queste mura.  Egli poi insegnò ai Falisci le cose sacre di Giunone.  Siano esse propizie a me e alla sua gente >>.

Alla luce di quanto scritto poc’anzi ecco la conferma alla teoria che le vie cave abbiano avuto in origine funzioni religiose. Molto più tardi le stesse tagliate furono utilizzate a scopo difensivo, onde permettere alle persone di spostarsi senza essere individuati. Nel corso dei secoli queste vie furono riutilizzate e riadattate dall’uomo dell’epoca. Molto spesso troviamo infatti, lungo le loro pareti, la presenza di croci incise sulle pareti, chiesette all’entrata delle “vie cave” oppure nicchie con “Madonnine”(come quella presente nella tagliata di Castel d’Ischia a Nepi) quasi a voler cancellare la presenza di luoghi destinati a riti pagani.  In epoca medioevale le “tagliate” furono usate “semplicemente” come vie di comunicazione.

CAVA BUIA FONTIBASSI

Posta poco fuori il centro abitato di Civita Castellana, nei pressi della via Nepesina, la cava buia Fontibassi rappresenta uno dei maggiori esempi di queste opere di antica ingegneria stradale.

Dopo aver attraversato un campo coltivato ci si ritrova su di un pianoro ai margini della forra del Rio Maggiore. Tra la fitta vegetazione che delimita i confini di questa profonda gola, si apre una piccola stradina che scende nel fondovalle: la tagliata! Dopo aver percorso una decina di metri sulla parete destra si apre una piccola cavità scavata nella roccia tufacea. Vista la presenze di alcune nicchie al suo interno, molto probabilmente doveva essere legata all’aspetto religioso di questo luogo.

Questa antica via si snoda “serpeggiando” per circa 190 metri ed è delineata dalle sue pareti alte all’incirca 10 – 14 metri.  La strada si presenta larga quattro metri circa, anche se in alcuni punti si restringe di un metro. La pendenza media del tracciato è approssimativamente del 15%. Nella parte centrale, dove il fondo stradale non è ancora interrato dai detriti, si può ancora oggi ben vedere una fenditura  più profonda, segno inconfutabile dell’usura dovuta al continuo transitare dei carri con le loro pesanti ruote. Sulle estremità laterali dell’antica via è invece presente un passo più alto: il marciapiede.

Man mano che si scende nella tagliata si rimane veramente esterrefatti e meravigliati dall’imponenza di questo paesaggio: le altissime pareti cosparse di muschio e felci sembrano inghiottire il visitatore. Mentre cammino mi viene naturale pensare come, molti secoli fa, senza alcun macchinario, ruspe, e tecnologia, l’uomo sia riuscito nel costruire opere di tale grandezza….sembra veramente impossibile che tutto ciò sia il frutto di un lavoro manuale effettuato intorno al IV sec.a.C..

Anche in questo caso, la vicinanza con le necropoli di Tre Ponti, Cavo degli Zucchi, Valle dei Principi,poste lungo la via Amerina, sembra avvalorare l’ipotesi dell’utilizzo a scopo religioso di tali opere di ingegneria stradale. 

Molto probabilmente all’epoca della sua costruzione le pareti tufacee dovevano essere leggermente più basse rispetto alla via, poi con il passare dei secoli e delle piogge, e quindi per effetto dell’erosione, la strada sia pian piano sempre più sprofondata.

La vera caratteristica di questa via cava è la presenza di una grande quantità di segni, lettere alfabetiche ed iscrizioni incise sulle pareti, come quella della foto sottostante,

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la quale secondo alcuni studiosi starebbe a significare: furc(ulam)-p(rotacios)-c(ensor)-ef(fodi)-i(ussit)v- ovvero: “il censore Titos Protacios ordinò di scavare la gola per i carri”.Questa scritta starebbe dunque ad indicare il commissionario degli scavi riguardanti questa “furcula falisca”.

Qualche metro dopo un grosso masso distaccatosi dal tufo ed ora lungo la via, forma una sorta di piccola quanto suggestiva galleria che accompagna il visitatore fino al fondovalle, all’infuori della tagliata. Arrivati a questo punto punto il sentiero (sentiero natura Rio Maggiore) si snoda in due direzioni: a sinistra si risale il torrente sino ad arrivare nei pressi della tomba della “regina” lungo la via Amerina; a destra, invece, il percorso prosegue sino ad arrivare a Civita Castellana, offrendo al visitatore la vista del ponte di Terrano e del ponte Clementino da una prospettiva diversa: il suo fondovalle.

TESTO ED IMMAGINI DI LUCA PANICHELLI

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“LA TOMBA DEL RE E DELLA REGINA” (Via Amerina, Civita Castellana VT)

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Testo ed immagini di Luca Panichelli

La cosiddetta ” tomba della Regina” è situata lungo la via Amerina, l’antica strada consolare costruita dai romani dopo la conquista di Falerii Veteres (l’odierna Civita Castellana)nel 241 a.C.
Questa antica via aveva lo scopo di collegare Roma con i principali centri dell’Umbria, oltre che tenere sotto controllo le campagne conquistate in battaglia. Il suo percorso si snodava da Ameria(Amelia), per questo Amerina, sino alla valle del Baccano, lungo la via Cassia. Ancora oggi sono ben visibili i suoi resti, soprattutto nel tratto che da Falerii Novi porta a Nepi. Proprio in questa zona, scavate nel tufo, sono ancora visibili i resti di alcune tombe, per la maggior parte a camera, oltre agli innumerevoli colombari presenti. Le più belle e particolari, dal punto di vista architettonico, sono sicuramente quelle poste poco al di sopra del letto del torrente Rio Maggiore, in località valle dei principi(denominata in questo modo proprio per la presenza di queste due tombe appartenute sicuramente ad una famiglia nobile dell’epoca) e soprannominate “tomba del Re” e “tomba della Regina”, risalenti al II sec. a.C.
Guardandole dall’esterno, ciò che risalta subito agli occhi è sicuramente lo stile architettonico che le differenzia dalle altre. Esse, infatti, presentano un portico esterno ricavato dalla roccia al quale segue un vestibolo interamente decorato con una cornice intagliata nel tufo. Ai lati sono presenti dei loculi sicuramente destinati alle salme degli schiavi di questa famiglia, che in vita come dopo la morte, dovevano stare accanto ai loro padroni, ma non sotto lo stesso tetto. Nella parte interna di ciascun portico è presente una porta adornata con una cornice intagliata nel tufo. L’ingresso della tomba della regina si distingue da quella del Re per mezzo delle decorazioni ricavate dalle roccia poste in alto: esse rappresentano due piccoli scudi rotondi a rilievo, segno distintivo della posizione sociale della famiglia proprietaria. Sull’architrave era presente il titulo, ovvero l’iscrizione funeraria, come testimoniato dalla presenza di tracce di vernice rossa ancora oggi in parte visibile. Ai lati dell’ingresso erano presenti, molto probabilmente, due troni o sedili. Varcata la porta d’ingresso , prima della camera vi è un breve corridoio sul cui soffitto piano è scavato un piccolo caditoio (una sorta di sfiatatoio) che collegava la camera con la terrazza posta al di sopra della tomba. Come sostiene Geroge Dennis nel suo libro “città e necropoli d’ Etruria” il caditoio aveva varie funzioni: una era quella di spiramen, sfiatatoio attraverso cui fuoriuscivano le esalazioni dei corpi in fase di decomposizione o delle ceneri bruciate; veniva anche usate per offrire Libagioni ai defunti; ed infine, aveva la funzione di ingresso di emergenza dopo la chiusura della porta principale, come testimoniano le piccole cavità scavate lungo i suoi fianchi, ad una distanza di 30 – 40 cm l’una dall’altra, chiaramente scavate per appoggiarci mani e piedi. Con molta probabilità questi camini venivano lasciati aperti per un certo periodo di tempo affinché gli effluvi non svanivano, per poi essere chiusi da grandi blocchi di pietra.
Subito dopo il corridoio si apre dinnanzi a noi la camera in cui venivano deposti i defunti. La pianta di questa struttura assomiglia ad una grande U con al centro una colonna ricavata dalla roccia, sulla quale sono scavati tre loculi. A dir la verità l’interno di questa tomba è molto scarno e loculi a parte, non mostra punti di particolare interesse. Ciò che colpisce invece è lo stile architettonico della facciata esterna di queste tombe, in quanto la presenza di portici e vestiboli le differenzia da tutte le altre rendendole uniche nel suo genere. Proprio per questo motivo la suddetta tipologia di tomba viene tecnicamente definita TOMBA A CAMERA DI FALERII, in quanto in tutta l’Etruria e nell’ Agro-Falisco sono presenti soltanto nelle necropoli circostanti Falerii. Atri esempi di questa tipologia sono presenti nella necropoli dei “Tre cammini”, tra cui l’importantissima “tomba del peccato”, nella quale sono state rinvenute parti di due statue: la testa di un leone e quella della medusa(vedi foto sotto) , oggi conservate nel museo archeologico dell’Agro-Falisco all’interno del Forte Sangallo(Civita Castellana, VT).

Riguardo alle origini di queste tombe, lo stesso George Dennis, facendo riferimento a quelle di Falerii, affermò che sono assai incerte. Secondo lo studioso infatti le cornici intorno ai portici e le modanature delle porte presentano delle caratteristiche romane, ma nonostante ciò crede fermamente che queste tombe siano di origine falisca e che poi i Romani le abbiano riutilizzate come sepoltura per i propri defunti, aggiungendo queste decorazioni. Lui stesso afferma che:<< stando alle testimonianze scritte, noi non conosciamo quasi nulla dell’architettura etrusca e falisca; quindi quando noi troviamo, in un luogo che lascerebbe intuire un’origine etrusca, decorazioni architettoniche analoghe a quelle usate dai romani, è illogico definirle necessariamente opera di quest’ultimi.Al contrario, sarebbe più ragionevole considerarle etrusche, sapendo che, almeno prima dell’età imperiale, i Romani furono semplici imitatori degli Etruschi e dei Greci nelle arti e sottomessi sotto questo punto di vista(imitatores, servum pecus!)nonostante dominassero già il mondo con le armi>>.
La conferma del pensiero dello studioso fù data da un’incisione latina presente all’interno di una tomba a portico fuori le mura di Falerii Novi. La traduzione di questa scritta è: << A Lucio Vecilio, figlio di Vibio e di Polla Abeles, un letto(nicchia sepolcrale)è data a Vecilio, figlio di Lucio e di Plenesta, un letto.Nessuno ponga qualcosa davanti a questi letti(cioè un altro defunto)senza il permesso di Lucio e Caio Levio, figli di Lucio, o(con il permesso)di chiunque possa compiere le loro esequie(cioè i loro corredi).>>Nonostante la tomba fosse appartenuta, come molti studiosi sostengono, alla famiglia romana dei Levii, che la offrirono o affittarono a quella dei Vecilii. Nell’iscrizione funeraria la menzione del nome della madre dopo quello del padre è un tratto chiaramente etrusco. Questo aspetto fù conservato anche sotto la dominazione romana ed é molto probabile dunque che la famiglia dei Levii fosse di origine etrusca.

Testo ed immagini di Luca Panichelli

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